CHI È STATO MARIO TRONTI
Di Mario Tronti “pubblico” vi parleranno alcuni dei presenti, con la solennità che gli è dovuta. Per me Mario è innanzitutto il membro di quella fraternitas, umana e politica, creata e vissuta con Alberto Asor e Umberto Coldagelli “per cambiare lo stato delle cose”- tanto tempo fa. Io sono qui – come ultimo testimone di quei nostri abbagli.
Istintivo in Mario era il suo credere di poter agire e pensare e ‘aspettarsi’ un ascolto, un riscontro che – come essere umano sapeva di meritare. La consapevolezza del suo essere – era implicita – così come esplicito era il suo misurare chi aveva davanti, per collocarlo nella sua scala di attenzioni, una scala molto ristretta.
Nella fase della “classe operaia” vi era il partito di Togliatti, nel legame di fede in lui vivo – ma all’epoca non ricompensato dal partito. Prese allora il sentiero di muoversi “dentro e contro” la società così com’era. L’affrontò con libri da intellettuale, e – con il suo parlare sovversivo – andava ovunque lo invitassero – e inoltre – non paradossalmente – votava al senato secondo le indicazioni del partito, che non aveva più la P maiuscola, ma pur tuttavia era quel che rimaneva del partito della sua prima tessera.
Il suo andare nella società gli ha dato riconoscimenti nei decenni ’70 e ’80, ’90, vissuti senza il principio speranza, nel suo vagare – nella mia definizione confuciana, condivisa da Mario – nel suo vagare – dall’operaismo, all’autonomia del politico, alla teologia politica, al monachesimo combattente.
Il suo apporto come politico pensante – come si definiva – è coinciso con un tempo del mondo che andava per strade avverse a lui.
L’élite finanziaria l’ha avuta vinta sulla centralità operaia, sugli 80 mila operai Fiat, divenuti precari e dispersi chissà dove. Il principio amico/nemico ha ben funzionato ed Elkann ha preso il posto di Valletta.
Per l’autonomia del politico, il suo voler rimanere a galla lo ha passionalmente impegnato: molti sono i suoi scritti che oggi saranno ricordati, e tante le parole, scelte con cura, per far capire – che era necessario voltare le spalle al presente, difendersi dalla falena del progresso tecnologico, con cui il nemico offusca la capacità del pensare da sé per sé. Il bivio era – tra l’uomo del Novecento, con le vittorie e le tragedie del Novecento – ambedue da rimpiangere – e l’uomo asociale dell’età della sorveglianza, quell’età dell’algoritmo che Mario rifiutava, persino se ne parlavamo in strettissimo privato.
Il suo legame – con un Novecento così malamente finito, gli fece afferrare la teologia come la sponda – per non disperarsi su quello che intanto vedeva accadere.
Il suo realismo critico, da cui non prescindeva, motivava le sue invettive, così come d’altronde i suoi abbagli sul ruolo della politica. Nel privato su libertà e democrazia, su totalitarismo democratico e su populismo dispotico, sul potere contro auctoritas – il suo approccio è rimasto quello ferino degli anni ’60.
In pubblico giocava con le parole, quelle che il pubblico si aspettava da lui.
Il suo afferrarsi alla teologia nasce perché nei monasteri e nei loro sacri libri vi era l’assoluzione per dover votare in senato per il jobs act di Renzi, spuntato follemente nel partito di Togliatti-il Migliore, per il quale nel suo testamento, usa ancora e sempre la maiuscola. Come per l’Ottobre e per il Movimento Operaio.
Nell’interrogarsi su se stesso, nel suo vagare, infine si immerse nel ‘monachesimo combattente’. Con disperazione. Scrive infatti:
Finiremo la vita a chiederci che cosa personalmente potevamo fare e non abbiamo fatto.
Il suo ‘non aver fatto’ riguarda la tesi ormai dominante nella società, per cui non vi è più bisogno della politica, nell’età della sorveglianza, il controllo dell’uomo sull’uomo lo ha azzerato quel bisogno.
Scrive: Del biennio ’89-‘91 non c’è stata una lettura teorico-politica e quindi non se ne sono tratte le conseguenze politico-pratiche. La data di realtà nuda e cruda rimane il ’91, il vero passaggio d’epoca, l’evento catastrofico che segna, – con il crollo dell’Unione Sovietica, la fine dell’antagonismo del socialismo al capitalismo.
Se il comunismo è un’eresia del cristianesimo – e questo è il vero del tutto – allora bisogna risalire alla fonte: c’è tanto di comunismo nei Detti dei Padri del deserto quanto c’è di cristianesimo nelle lotte dei lavoratori sfruttati contro il padrone sfruttatore.
Un essere umano a lui molto caro – Aris Accornero – ha intitolato le sue due ultime ricerche: “San Precario lavora per noi” e “C’era una volta la classe operaia”.
Mario infine suggerisce:
L’antico monachesimo prefigura il moderno comunismo.
E con un tale credo Mario ha chiuso il vagare nei suoi tanti divergenti accordi, stringendo nel pugno, solo due fedi, le più eversive e dunque le più sue.
(Relazione al Convegno su Mario Tronti – Roma 14-15 novembre 2025)
Dentro il Leviatano
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