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Dentro il Leviatano

Ripensiamola questa morte di Carl Schmitt. Se ne è letto molto in questi giorni sui giornali. Sugli stessi giornali se ne era letto poco mentre era in vita. Molti pregiudizi. Qualche conoscenza approssimativa. Da decenni viveva in solitudine. Considerava simbolica la data del suo venire al mondo, nell’altro secolo, nel 1888, nel terzo centenario dalla nascita del suo grande modello teorico, Thomas Hobbes, e confessava che avrebbe desiderato di morire nel quarto centenario. La casa di Plettenberg, dove si era ritirato, si chiamava San Casciano, non solo in ricordo del ritiro di Machiavelli, ma anche perché, diceva, San Casciano è il nome del Santo protettore dei maestri uccisi dai loro scolari.

Machiavelli, Hobbes, classici della politica, di cui si dichiarava erede, con la volontà di farli rivìvere creativamente in questo secolo, che ha visto l’idolatria dello Stato e adesso vede la sua lunga lenta decadenza. Emblematica questa morte di Schmitt, di cui si è avuta notizia con più di una settimana di ritardo, in quest’epoca delle comunicazioni in diretta via satellite. Emblematica anche perché, come si è detto, scompare l’ultimo dei classici. E si sa che pensare in modo classico il proprio tempo vuol dire rinviare la comprensione di quel pensiero all’epoca successiva. D’altra parte, la dimensione classica del pensatore politico si riconosce da questo, che sa sporcarsi le mani con la realtà, ma senza essere fino in fondo subalterno ad essa, cioè senza piattamente servirla nelle sue necessità pratiche di corto respiro.

Nel n. 1, 1983, di Quaderni costituzionali, viene riportato un colloquio di Schmitt con Fulco Lanchester. All’intervistatore che gli chiede da dove ha origine il suo concetto del politico, anzi il «criterio» del politico, orientato sulla coppia amico-nemico, la risposta è: «Sa da dove comincia tutto questo? Dalla mia esperienza di vita tedesca, una vita che ha per ben due volte perso in modo totale due guerre mondiali». È stata molto ricordata in questi giorni la sua frase: «il vinto scrive la storia». I grandi storici sono i vinti, da Tucidide a Tocqueville. Non so se si può dire la stessa cosa per i grandi teorici. Certo che si può perdere anche sulla base di un’esperienza fin troppo personale, esistenziale, e per l’incontro perverso tra un apparato teorico elaborato in precedenza e una soluzione pratica che sembra applicarlo e poi prende ben altre strade. Nell’incontro già ricordato con Bolaffi (sul Centauro, n. 5, 1982) Schmitt ricorda appunto la sua scelta di «emigrazione interna», durante il periodo nazista, una scelta che, discutibile e condannabile, ha teoricamente dei precedenti classici illustri, da Galilei a Hegel, quella di «lavorare nelle grinfie del Leviatano».

Ridurre il complesso pensiero di Schmitt, il suo percorso, le sue successive fasi, le sue continue autocorrezioni, alla teoria della decisione è una semplificazione polemica di cui almeno la sua scomparsa dovrebbe sgombrare il campo. Ha ragione Miglio a cogliere in questa morte «un’atmosfera di tragica tristezza». E prima di tutto per questo: perché «forse dovremo deciderci a definire la politologia classica europea come politologia concettuale … in quanto contrapposta a quella empirico-statistica di conio americano». Allora Schmitt, che da tempo aveva previsto la fine dello jus publicum europaeum, certifica con la sua morte un altro degli episodi finali della finis Europae. Egli stesso, nel 1971, nella Premessa all’edizione italiana di quella raccolta di scritti che va sotto il titolo Le categorie del politico (Il Mulino, 1972) avvertiva che il periodo in cui erano apparsi i suoi lavori scientifici era lo stesso mezzo secolo che aveva visto l’Europa perdere il suo ruolo di centro della politica mondiale. Questo passaggio, nella sua portata teorica, lo ha visto anche Aron che, nelle sue memorie, dopo aver reso omaggio a Schmitt, giurista di eccezionale talento, da tutti riconosciuto, aggiunge: «Appartiene tuttora alla grande scuola dei sapienti tedeschi, che vanno oltre la propria specializzazione; abbracciano tutti i problemi della società e della politica e possono definirsi filosofi, come a suo modo lo fu Max Weber». E infatti Schmitt ci teneva a dire: io mi considero l’unico vero allievo di Weber. Anche se di lui diceva: è sempre rimasto un «grande borghese». Cosa che Schmitt sicuramente non era più. Che a Weber sfuggisse l’elemento teologico della politica, non so se sia vero. Certo è che la teologia politica schmittiana non si riduce all’idea che i fondamentali concetti della moderna dottrina dello Stato sono concetti teologici secolarizzati. Pensare teologicamente la politica «significa saper pensare per grandi paralleli». Noi tedeschi – diceva – viviamo tra teologia e tecnica. Ecco uno dei grandi paralleli, costitutivo della natura stessa del mondo moderno, e non in modo neutralizzante, ma come fondamento di un dominio. L’intera vicenda storica dello Stato poggia su questa base.

C’è un’opzione radicale di Schmitt, che attraversa tutto il suo pensiero: io fondo lo Stato sul politico e non il politico sullo Stato. Questo Hobbes contemporaneo sviluppa una critica del fatto statale, realisticamente, dal suo interno. Diceva: lo Stato è un concetto strettamente legato a un’epoca storica, è chiuso entro questi cinquecento anni che stanno tra il 1500 e il 2000. Un vecchio libro aveva come titolo: Giulio Cesare come uomo di Stato. È ridicolo, commenta Schmitt: è come se dicessi Carlo Magno come automobilista. Lo Stato totale lo vedeva come l’ultima forma di Stato. Potremmo dire la stessa cosa per lo Stato sociale. Dopo di che, «lo Stato sta andando in rovina. L’epoca dello Stato sta finendo …». Sorgono nuovi soggetti della politica, non più statali. Lo Stato ha perso il monopolio della politica. È così che il politico – il suo criterio può essere l’amico-nemico, o un altro, non ha importanza – sopravvive allo Stato. C’è uno squarcio di futuro progressista in questo pensatore conservatore che si cercherebbe invano in questa montante reazione neoliberale. Ha scritto bene qualche giorno fa Claudio Magris: «chi legge, o cita Kelsen, acquisisce e diffonde un’intelligenza razionale del mondo e delle regole inventate dagli uomini per organizzarlo, come chi legge Kant; chi legge, o cita Schmitt, incontra e ripete detti folgoranti e intuizioni fatali che smascherano il mondo e le sue regole, come certi aforismi di Nietzsche …».

Prima ancora di scegliere tra questi atteggiamenti, si tratta di assicurarne la pari legittimità. Acquisire l’uno e demonizzare l’altro, come è accaduto lungo tutta una tradizione, e fino a ieri, ha provocato grossi guasti. E non è vero il seguito del discorso di Magris, che Weber ci ha insegnato il disincanto, mentre Schmitt risponde a un «bisogno di seduzione». Come Weber ci ha spiegato la razionalità del capitalismo, così Schmitt ci ha svelato la ragione dello Stato, invitandoci – come ha scritto Filippini – a trovare «il coraggio di guardare senza chinare gli occhi il volto di Gorgona del potere». La sua soluzione prevedeva senz’altro un potere forte, ma la sua analisi ci fa forti contro il potere. Marx ha costruito un universo di discorso sul modo con cui uno Hegel elaborava una filosofia politica dall’interno dello Stato prussiano. Perché non dovrebbe essere possibile un’operazione analoga nei confronti di uno Schmitt? È vero che non c’è più il proletariato come erede della filosofia classica tedesca, per naturale estinzione dei due protagonisti. Ma nessuno ancora ha azzardato la tesi dei nuovi soggetti come eredi del behaviorismo politico americano.

Si è tornati a parlare in questi giorni della lettura che si è fatta a sinistra dell’opera di Schmitt. Io penso che alcuni pochi marxisti hanno potuto leggere Schmitt, anche perché Schmitt aveva letto Marx e Lenin e la tradizione non solo teorica del movimento operaio. Bisogna liberarsi da questa visione subalterna che vede solo storie del pensiero separate e non vede gli intrecci, gli scambi, i rimandi, specialmente nelle epoche della crisi, come fu, anche qui in modo classico, quello che si dice il laboratorio di Weimar. Schmitt in particolare ha sempre avuto un occhio aperto su quello che considerava il suo avversario. È un fatto emblematico che il suo ultimo saggio pubblicato, nel 1978, sia Die legale Weltrevolution, dove importante non è tanto il commento a un libro nientemeno che di Carrillo, ma il concetto stesso di fondo che propone, «il moderno fenomeno della rivoluzione legale».

Una cosa che invece varrebbe la pena di approfondire è perché dell’opera di Schmitt in questi anni sì sia parlato assai più in Italia che in Germania. È un altro aspetto del caso italiano, di questo paese di frontiera, non solo sul piano storico-politico, ma anche su quello analitico-teorico. Del resto, diceva Schmitt: gli italiani sanno che cos’è lo Stato. Lo sapevano prima di avere un loro Stato, perché avevano la Chiesa. Un grande discorso, non solo storiografico. Tra potestas directa e potestas indirecta, tra politica e teologia, si è costituito qui il terreno di esperimento di un politico senza Stato, visto dalla parte di quelle che sono state fin qui le classi subalterne. Una scommessa, una sfida, un varco, un passaggio ad altro. «La gioia del pensiero — diceva Schmitt — è propria soltanto dell’esistenza umana». E il piacere di pensare «non ha bisogno di essere sempre un piacere distruttivo».

(Articolo pubblicato su L’Unità del 24 aprile 1985)